venerdì 14 dicembre 2012

Chi ha ancora paura dell'apocalisse?

Nelle prossime righe cercherò di spiegare alcuni concetti a me cari, applicabili a tutto il genere fantascientifico (e più in generale a tutte le produzioni artistico/culturali) prendendo come esempio un particolare tipo di letteratura/cinematografia a me molto cara. Questo articolo non vuole essere nè un bibliografia/filmografia completa ed esaustiva nè tantomento un saggio critico sull'argomento (che altrimenti richiederebbe interi volumi di pagine), chiedo dunque venia se ho tralasciato qualche titolo/autore o se mi soffermo su determinati aspetti ignorandone altri. Per arrivare però al punto del discorso mi è necessario ripercorrere alcuni punti fondamentali della storia letteraria/cinematografica dell'argomento in questione.

il presunto capostipite
del genere


A differenza di quanto comunemente percepito il filone apocalittico, o post-apocalittico che dir si voglia, nasce già agli albori della fantascienza, le sue radici si possono infatti trovare anche nella proto fantascienza di fine ottocento/primi del novecento: risale addirittura al 1826 "L'ultimo Uomo" di Mary Shelly anche se in questo caso lo scenario da "fine di civiltà" non è il vero e proprio tema portante del romanzo ma semplicemente un incipit per raccontare l'ipotetica civiltà futura teorizzata dall'autrice. 

Per trovare un primo vero esempio di romanzo post-apocalittico bisogna risalire alla "La Nube Purpurea"  di Shiel del 1901. Qui gli elementi del genere sono presenti tutti: all'apocalisse causata da una gigantesca eruzione vulcanica con la conseguente fuoriuscita di gas venefici (la nube purpurea del  titolo) sopravvive un solo singolo uomo. La situazione è veicolo della riflessione sulla natura umana, la mancanza dei punti di riferimento creati dalla società e dalla comunità sono ciò che causa quella che può definirsi una regressione del protagonista ad uno stato animale o incivile palesando come l'uomo, se estraniato e privato dei suoi riferimenti culturali e sociali, possa perdere in un certo qual modo la sua natura umana portando a riflettere su quanto sia dipendente da fattori precari la pretesa condizione superiore dell'essere umano.

Questo modello che Shiel applica in questo caso ad un singolo soggetto diventerà poi il leit-motiv di tutta la produzione del sotto-genere andando a spostarsi dall'esame del singolo soggetto ad una dimensione più ampia, sostituendo l'involuzione del singolo con una più ampia involuzione della società. Ne è esempio "Il Morbo Scarlatto": romanzo di Jack London del 1912 comunemente (ed erroneamente) ritenuto capostipite del filone. Numerosi sono i titoli che seguiranno sostanzialmente lo stesso schema narrativo negli anni a seguire: virus piaghe e catastrofi naturali i più comuni veicoli della fine dell'umanità e del suo successivo imbarbarimento.

l'apocalisse si
fa nucleare
Bisognerà attendere il 1957 con il romanzo "On the Beach" di Nevil Shute a cui seguirà poi nel 1959 l'omonimo film di Kramer perchè la catstrofe diventi atomica, qui il filone fa una leggera ma significativa evoluzione: non è più un evento esterno e non controllabile a portare al collasso della civiltà ma è la stessa razze umana che tramite un uso incotrollato dell'energia nucleare causa la sua stessa fine. Non vi è più soltanto una riflessione sul rapporto tra l'uomo e la sua cosidetta "umanità" e su come questa non sia in realtà una condizione naturale ma bensì costruita e sostenuta dallo sviluppo culturale e civile. Facendo un passo ancora avanti si sottolinea come la cosa che più mette in pericolo questo equilibrio precario sia la natura interiore stessa dell'uomo sempre pronta a riemergere e a causare il proprio imbarbarimento, sottolineando ancor più quanto la condizione "civile" sia appesa ad un filo.

forse la migliore
trasposizione
di "Io Sono Leggenda"
Inutile elencare i numerosi titoli, sia cinematografici che letterali che hanno segnato il genere dagli anni 50 in poi, rimane doveroso però citare i più  significativi e famosi, per la carta stampata non si può tralasciare "Io Sono Leggenda" (1954) di Matheson che nel corso degli anni avrà ben tre trasposizioni cinematografiche o lo splendido "Un Cantico Per Liebowitz" di Miller (1959) o l'ancor pià famoso "Il Pianeta Delle Scimmie" di Boulle (1963) che diede poi vita alla seguente trasposizione su pellicola e la successiva (anche se meno pregevole a livello di contenuti) saga. In tempi più recenti vanno menzionate opere come "Cecità" di Samarago (1995) o il recentissimo "Metro 2033" (2002) di Gluchowsky. Sul versante della celluloide oltre alle trasposizioni di romanzi già citati è doveroso segnalare anche lo splendido "A Boy And His Dog" di jones (1975) ma anche "La Notte Dei Morti Viventi" di Romero (1968) che seppur con premesse differenti tocca e sviluppa le medesime tematiche delle pellicole più "canoniche".   

nel bene e nel male
ha comunque fatto storia
l'impoverimento culturale e lo svuotamento di contenuti che tutt il cinema di fantascienza subisce dagli anni 80 in poi toccherà anche al filone del dopo-bomba, toccherà a "Mad Max 2" essere il perno del passaggio da un genere di fantascienza improntata sui temi sociologici ad una produzione più di spettacolo dove a farla da padrone è più l'estetica che i concetti. Innumerevoli si conteranno in seguito, grazie anche all'enorme successo commerciale della pellicola di Miller, i cloni e le brutte copie incapaci non solo di aggiungere nulla di nuovo a quanto già detto o visto ma neanche in grado di riproporre le tematiche di riflessione che il genere aveva sempre perpretato negli anni precedenti. Bisognerà attendere anni ben più recenti per veder tornare sullo schermo pellicole che al di là della spettacolarità proporranno anche contenuti degni di nota, come il recentissimo "The Road" o il meno noto il "Il Tempo Dei Lupi" i quali rimangono però singoli elementi isolati di quella che pare a tutti gli effetti essere un genere che non stimola più interesse e creatività.

che i Maya già prevedessero
le ponzialità del genere
catastrofico?
Viene dunque da domandarsi cosa sia cambiato in tutti questi anni, forse non fa più paura la fine del mondo? Oppure siamo finalmente invasi da una ondata di ottimismo verso il futuro? Ovviamente a nessuna di queste domande si può rispondere in modo affermativo. E neppure si può dire che l'argomento sia semplicemente passato di moda: la presunta fine del calendario maya con annessi e connessi dimostra quanto ancora l'argomento sia popolare e capace di attirare l'attenzione anche delle masse che di fantascienza e futurologia non si sono mai interessati.

Forse il punto principale della questione sta proprio nel cercare il riscontro commerciale, nel rendere appetibile alle masse l'argomento. Pur di aumentare i consensi si è forse cercato di alleggerire i contenuti sociali e di riflessione mantenendo soltanto l'aspetto spettacolare del sotto genere. Così è il mezzo, ossia il confronto tra l'uomo e la catastrofe prima utilizzato come scusa per discutere dell'uomo stesso, a diventare il fine: il mostrare (specie in ambito cinematografico) la catastrofe diventa non l'inizio ma il corpo centrale di una nuovo filone "catasfrofista" dove la natura furiosa devasta e distrugge la sicura e tranquilla quotidianità.

Putroppo però questa nuova e recente tendenza non è un segno di un ritorno alle origini dettate da Shiel e London, si tratta infatti di una catastrofe svuotata dall'elemento umano e sociologico, nato forse dalla paura (o consapevolezza) di autori e sceneggiatori che il pubblico non sia più in grado di apprezzare una storia, che a conti fatti, gli fa la predica. 

Molto meglio allora puntare sulla spettacolarità della immagini o raccontare nei minimi e spaventosi dettagli la distruzione e caduta del mondo odierno e dei suoi simboli, siano essi noti grattacieli, ponti monumentali o noti fast-food, dimodochè una volta finita la pellicola e usciti dalla sala cinematografica si possa essere grati di poter ancora andare da McDonalds, guidare il nostro suv e guardare il nostro reality preferito. Si ribalta così totalmente la prospettiva del genere: non è più uno stimolo alla riflessione finalizzata al cambiamento e al miglioramento ma si trasforma solo in una sterile ode al conservatorismo il cui risultato è soltanto una apatica e autocelebrativa omologazione al sistema.

Si potrebbe dissertire a lungo sulla causa di questo impoverimento di contuenuti, che anche se in questo contesto attribuisco ad un singolo sottogenere è in realtà un fenomeno diffuso a tutta la fantascienza e addirittura a tutto l'ambito letterario/cinematografico. Se è vero che da un lato il pubblico apaticamente accetta ciò che gli viene propinato ed è restio ad allontanarsi dai percorsi a lui già noti è altrettanto vero che dall'altro lato c'è la tendenza ad offrire solo ciò che si sa verrà sicuramente compreso creando così un circolo vizioso in costante perdita. I circoli tuttavia possono essere anche virtuosi basta soltanto che, da ambo le parti, ci sia una seppur minima inversione di tendenza. Non mi dilungo oltre su queste considerazioni di cui ho forse discusso fin troppo in altri miei articoli concludo soltanto lanciando un piccolo appello rivolto sia ad autori/scenggiatori che a lettori/spettatori: azzardate, osate e rischiate.

giovedì 4 ottobre 2012

Marziani Andate A Casa!

Titolo: Martians Go Home! (Marziani Andate A Casa!)

Autore:Fredric Brown
Anno prima pubblicazione: 1955
Editore Italiano: Delos Book


Luke è uno scrittore di fantascienza in piena crisi creativa, per trovare la tranquillità necessaria ad avere la corretta ispirazione si chiude in un piccolo capanno in mezzo al deserto, ma proprio quando sembra che l'idea giusta stia per scaturire qualcuno bussa alla sua porta. Si tratta niente di meno che di un marziano: piccolo verde e con sei dita ma sopratutto completamente odioso e insopportabile. Presto Luke scoprirà che non è il solo ad aver ricevuto visite extraplanetarie: i marziani sono milioni e hanno praticamente visitato ogni essere umano del pianeta. Nessuno comprende cosa vogliano e soprattutto i marziani sono poco disposti a dirlo. Tutto ciò che si sa è che sono offensivi, indisponenti, insopportabili ma soprattutto che non è possibile toccarli o scacciarli in alcun modo e che hanno una predilizione per impicciarsi in ogni affere umano e nel raccontare in giro i più nascosti segreti di ognuno per il puro gusto di creare disagio.

Finalmente torna in libreria (l'ultima edizione risaliva al 1996 nei classici Urania) uno dei migliori romanzi appartententi a quel filone che puà essere definito "Fantascienza umoristica". Ma al di là delle situazioni comiche e surreali che la vicenda crea c'è un romanzo dai contenuti estremamente interessanti e degni della miglior fantascienza sociologica, una storia raccontata con l'ironia tipica di Brown e che non ha nulla da invidiare in materia di contenuti a romanizi (solo apparentemente) più "seriosi". Dobbiamo quindi ringraziare Delos per aver riportato sui nostri scaffali questa piccola perla di letteratura che mi sento tranquillamente di poter consigiare a chiunque: impossibile non rimanere divertiti, deliziati e affascinati dalle pagine di questo piccolo gioiello della letteratura.

martedì 25 settembre 2012

Redline

Titolo: Redline
 
Regia: Takeshi Koike
Anno di Produzione: 2009
Durata: 102 min


Prendete il vecchio mitico videgioco "Wipeout" aggiungeteci una moltitudine di alieni da far impallidire la taverna di Star Wars, donne in abiti succinti dai seni prominenti, una colonna sonora con ancor più BPM in puro stile techno anni '90, irrorate il tutto con copiose dosi di LSD e anfetamine e avrete in mano qualcosa di molto simile a RedLine: un concentrato di scene adrenaliniche da guardare rigorosamente sullo schermo più grande che vi riuscite a procurare e con il più potente degli impianti Dolby Surround.

Lo stile dai colori estremamente brillanti e un charachter design che spesso si allontanano dagli standard classici dell'animazione giapponese (personalmente mi ha ricordato molto Dead Leaves della Production I.G.) contribuiscono a fare di Redline una vero e proprio "delirio visivo". L'ottima qualità delle animazioni, che supporta alla perfezione le innumerevoli scene d'azione, così come la regia dai ritmi frenetici calano gli spettatori all'interno della pellicola quasi fossimo noi stessi alla guida. (d'altronde ci sono voluti sette anni allo studio MadHouse per completare questo progetto dalle enormi qualità tecniche e il risultato di questo enorme impegno è palese).
 
C'è da dire però che al di fuori del comparto visivo e sonoro il film non brilla particolarmente per originalità a causa di una trama dagli sviluppi tutto sommato prevedibili su cui evito pure di soffermarmi troppo: vi basti saprere che i protagonisti partecipano a corse futuristiche con veicoli super veloci, che si sparano addosso l'un l'altro, che lui è un "bello e dannato" con giubbotto di pelle e bananone rockabilly e lei una maggiorata con abiti succinti e che sì... alla fine vince l'amore!. La storia quindi anche se coadiuvata da alcune trovate originali (l'idea che la grande corsa si svolga su un pianeta totalmente ostile alla competizione trasformando il tutto in una specie di guerra campale ad esempio) non riesce a brillare particolarmente per i suoi contenuti. Questa debolezza della trama unita anche ad e una caratterizzazione forse troppo superficiale dei personaggi, in particolar modo quelli secondari probabilmente in numero eccessivo per essere esplorati in maniera completa in un poco più di un'ora e mezza, sono elemanti che  lasciano un po' di amaro in bocca per le potenzialità latenti non sfruttate anche se compensate in parte da alcune trovate ironiche e da una atmosfera tutto sommato goliardica.
   
Queste pecche, che in qualsiasi altro film sarebbero determinanti per una bocciatura almeno (dal mio punto di vista ovviamente) vengono però totalmente annullate e surclassate dalla realizzazione tecnica: se volete un'ora e mezza di puro intrattenimento e di animazione di qualità superiore a quanto mai visto fin d'ora godetevi pure la visione di RedLine, perchè ogni tanto tra un film impegnato e l'altro non può che far bene scollegare il cervello e spararlo a 300 km orari su delle montagne russe psichedeliche senza nessun'altra pretesa se non quella di divertirsi. 


lunedì 24 settembre 2012

Il Tempo Dei Lupi

Titolo: Le Temps Du Loup (Il Tempo Dei Lupi)

Regia: Michael Haneke
Anno di Produzione: 2003
Durata:113 min

Una famiglia carica di provviste si reca nella sua casa di campagna, trovandola però occupata da un'altra famiglia che, impermeabile ad ogni ragionamento finirà per depredarli di cibo acqua e della loro vettura. Da quel momento in poi per la famiglia incomincia una odissea tra territori abbandonati alla ricerca di cibo acqua e un riparo in un mondo caratterizzato dall'improvvisa mancanza di energia e beni primari dove l'imbarbarimento della civiltà è stato rapido e radicale

Quello che a prima vista potrebbe sembrare il classico film post-apocalittico si rivela invece una pellicola molto atipica il cui rigore formale è soltanto vagamente stemperato dai riferimeti metafisici e simbolistici e che richiede allo  spettatore un'attenzione che pochi sono disposti a concedere. Una pellicola dove ciò che la fa da padrone è l'assenza: l'assenza di qualsivoglia effetto speciale come la scelta di utilizzare esclusivamente la luce naturale e la mancanza di colonna sonora sono in un certo modo simbolo dell'assenza di risorse e beni primari, dell'assenza di umanità delle persone che vivono le lande abbandonate dove si svolgono le vicende, dell'assenza di riferimenti morali e della mancanza di speranza.

Il Tempo Dei Lupi è un flm particolarmente violento caratterizzato però da una violenza che per quanto esplicita non scade mai nel mostrare la sua semplice e scioccante crudezza: il costante spostare attenzione e inquadrature su particolari anzichè sull'interezza della scena non sono un modo per mitigare l'orrore ma bensì uno strumento ancora più forte che mostra la violenza ma che contemporaneamente lascia anche spazio all'orrore immaginato andando a massimizzare la sensazione di inquietudine e disagio.

In tutta la pellicola c'è ben poco spazio per la speranza o per l'ottimismo, anche il finale dove sembra trasparire una parvenza di lieto fine lascia nello spettatore, proprio grazie alla sua amibguità, una ancor maggiore sensazione di disagio e disperazione. Una visione non certo per tutti e ben lontana dagli stereotipi che il cinema di genere ci ha abituato quando si tratta di filone post-apocalittico e che se per un certo verso può essere simile al successivo "The Road" di Hillcoat ne rappresenta forse una forma ancora più estrema grazie all'assenza di qualsivoglia filtro tra lo spettatore e lo spettacolo.

DI Nuovo OnLine

Dopo lunghi mesi di assenza torno volentieri ad occuparmi del Blog, ragioni indipendenti dalla mia volontà mi hanno tenuto a lungo lontano dalla tastiera, complici gli impegni della vita reale che se da un lato mi toglievano tempo per essere presente in questa sede dall'altro me ne lasciava ancor meno per dedicarmi a cinema e letteratura riducendo quasi a zero gli argomenti che avrei potuto condividere con voi. Sperando che il futuro mi lasci sufficiente tempo per continuare ad aggiornare con la costanza dei mesi precedenti queste pagine ringrazio comunque tutti coloro che nonostante la mia assenza continuavano a capitare da queste parti e a leggermi.

martedì 10 aprile 2012

Bunker Palace Hotel

Titolo: Bunker Palace Hotel
Regia: Enki Bilal
Anno di Produzione: 1989
Durata: 95 min

In una società martoriata e decadente segnata da guerre civili e brutali repressioni l'elite politica passa la vita nascosta in un hotel fortezza (il Bunker Palace Hotel che da il titolo al film) servita in ogni necessità da inservienti robotici e tra tutti gli agi possibili. Una giovane donna affiliata ad un gruppo eversivo riesce ad introdursi nell'hotel con il compito di assassinare il presidente.

Le atmosfere grigie e deprimenti tipiche delle graphic novel di Enki Bilal sono tutte presenti in questo pellicola tanto interessante quanto poco conosciuta (almeno nel nostro paese dove l'opera risulta ancora inedita) Anche la critica sociale e politica ricalca i temi tanto cari al noto disegnatore: nella condizione di lussuoso isolamento in cui vivono i potenti non è difficile leggere una metafora della società attuale ed una esplicita accusa all'estraniamento che le classi dirigenti hanno nei confronti delle comunità che dovrebbero governare e tutelare. Così come è evidente la critica al potere il cui unico fine è solo quello di accrescere se stesso.

E' un peccato che un così ottimo esempio di fantascienza sociologica non sia mai approdato sul mercato italiano soprattutto in relazione all'estrema attualità dei suoi temi che forse sono molto più adatti alla condizione politico-sociale italiana che a quella francese (paese di adozione di Bilal e dove il film è stato prodotto). Anche se forse è proprio per questo suo adattarsi estremamente alla realtà italiana che è mancata una distribuzione nel belpaese; in fondo a pochi piace sentirsi raccontare le cose come stanno, molto più comodo e decerebrante guardarsi un bel cinepanettone o la classica commedia romantica che non fanno correre il rischio di pensare (e incazzarsi).

mercoledì 22 febbraio 2012

Dorehdoro

Copertina del primo volume
Titolo: Dorehdoro

Autore: Q Hayashida
Anno: 2002
Numero di volumi: 15 (ancora in corso)
Editore italiano: Planet Manga



Una società basata sulla stregoneria, un uomo dalla testa di coccodrillo che non ricorda il suo passato, una procace ragazza tanto capace ai fornelli quanto coi coltelli e poi stregoni che trasformano le persone in funghi, demoni con la passione del karaoke e mille altre bizzarrie tanto originali quanto grottesche sono gli elementi che caratterizzano questo manga di Q Hyashida capace di farsi riconoscere e apprezzare sia per il tratto caratteristico e le atmosfere degradate piene di paesaggi urbani sporchi e decadenti sia per una trama articolata e sempre interessante sia per la moltitudine di personaggi a cui non è possibile non affezionarsi. 

Già con la serie breve "Maken X" Hayashida era riuscito ad emergere con il suo tratto particolare e per il suo gusto (se così si può dire) per il grottesco e per il gore, ma se la sua opera prima difettava forse di una storia non eccelsa con "Dorehdoro" riesce a stupirci con una trama ricca di colpi di scena e senza tempi morti, ambientata in un universo tanto dettagliato da sembrare quasi reale.

La serie è attualmente ancora in corso di pubblicazione anche in Giappone e in Italia ha già raggiunto il quindicesimo volume anche se pare ormai apprestarsi verso la conclusione. Buona notizia è però la decisione di Planet Manga di dare inizio alle ristampe dei primi volumi cosa che permetterà anche a chi si perse qualche anno fa il suo inizio di leggere quella che  è una delle serie più originali ed interessanti degli ultimi anni sicuramente consigliata anche a chi generalmente non legge manga.

il "cast" dei personaggi principali



mercoledì 18 gennaio 2012

La Guerra Eterna (Graphic Novel)

Titolo: La Guerra Eterna (Forever War)

Autore: Joe Haldeman
Disegni: Marvano (Mark Van Oppen)
Anno prima pubblicazione (edizione italiana): 1988 (2011)
Editore italiano: 001 Edizioni



Il progresso della razza umana pare essere ad una svolta definitiva: la scoperta dei viaggi a velocità prossime a quella della luce apre la strada alla colonizzazione di nuovi mondi. Proprio però quando pare di essere di fronte ad una nuova età d'oro il primo incontro dell'umanità con una razza aliena, tutt'altro che pacifico, porterà alla prima guerra extra-planetaria. Si avvierà così la grande coscrizione che costringerà moltissimi individui ad essere arruolati e ad essere sottoposti ad addestramenti durissimi e crudeli dove la probabilità di sopravvivere sono molto più scarse di quelle di morire tragicamente. Non solo i militari dovranno affrontare i rigori estremi e i pericoli di una guerra combattuta in ambienti ostili ed in situazioni estreme ma dovranno fare anche i conti con una società che muta e cambia più in fretta di quanto loro riescono a comprendere: a causa infatti degli effetti della relatività quelle che per loro sono missioni che durano soggettivamente pochi anni hanno in realtà una durata di decenni o secoli; trovando ad ogni ritorno a casa una umanità che diventa sempre più incomprensibile e aliena.

"Forever War" di Joe Haldeman, uno dei più noti romanzi della military s-f, trova in questo volume una degna trasposizione a fumetti: nonostante questa versione sia per comprensibili questioni di spazio  mancante  di alcuni eventi marginali la narrazione non perde nulla dell'atmosfera di angoscia e incertezza che contraddistingue i soldati al fronte mantenendo perfettamente intatto il messaggio pacifista e antimilitarista dell'opera originaria . 

I disegni di Marvano (nome d'arte del belga Mark Van Oppen) risultano perfetti per raccontare questa storia: realistici e crudi quanto serve per trasmettere completamente le atmosfere del romanzo. Il volume ottimamente realizzato viene offerto ad un prezzo di 18 euro perfettamente adeguato per un'opera di 160 pagine patinate completamente a colori. Interessante anche l'introduzione dove viene raccontata la genesi del romanzo e come la tragica esperienza della guerra in Vietnam di Haldeman abbia ispirato le idee e i concetti presenti in questa storia come nella maggior parte della sua produzione letteraria. 

"La Guerra Eterna" è in sintesi un volume che non potrà non soddisfare i fan della saga così come piacerà anche a chi è a digiuno dei romanzi di Haldeman diventando sicuramente uno stimolo per recuperare e leggere le sue opere.

lunedì 9 gennaio 2012

Il Pianeta Del Silenzio

Titolo: Fiasko (Il Pianeta Del Silenzio)

Autore: Stanislaw Lem
Anno prima pubblicazione: 1986
Editore Italiano: Mondadori (Urania)

Durante una missione di recupero su Titano un pilota cade vittima di un incidente, poco prima dell'inevitabile decesso riesce a mettersi in animazione sospesa nella speranza di poter ricevere soccorso. Molti anni dopo il suo copro viene recuperato e seppur in pessime condizioni viene rianimato grazie ad una tecnologia che al momento del suo decesso era ancora sconosciuta. La nave che lo ha salvato e rianimato ha però una missione ben più importante: raggiungere il pianeta Quinta nel tentativo di stabilire il primo contatto dell'umanità con una civiltà aliena. Il redivivo pilota, di cui nonostante tutto non si è riusciti a stabilire con esattezza l'identità né di cui si è riusciti a ripristinare la memoria, si unirà quindi all'equipaggio della storica spedizione.

Ultimo romanzo scritto dal noto scrittore polacco è un libro estremamente rappresentativo di quella parte della sua produzione che rientra a pieno titolo nel sottogenere della hard s-f; il tema portante è uno di quelli più cara a Lem: la fallibilità della scienza quando deve relazionarsi con elementi totalmente ignoti a causa della sua dipendenza dalla nostra visione obbligatoriamente antropocentrica. Tema che viene sviluppato sia narrando i tentativi di contatto con la civiltà dei Quintani ma anche tramite le digressioni sull'intelligenza artificiale, degnamente rappresentata nel romanzo da DEUS, il computer che controlla la colossale nave. Non vengono tralasciate nemmeno riflessioni di carattere sociologico con evidenti riferimenti alla guerra fredda e alle possibili conseguenze che una sua esasperazione potrebbe avere sulla società.

Chi come me ama Lem per le sua capacità di porre questioni dall'alto valore filosofico e di far riflettere su importanti tematiche sociali non rimarrà sicuramente deluso ma anche chi nella fantascienza adora leggere interessanti e plausibili speculazioni scientifiche troverà sicuramente pane per i suoi denti. Unica pecca di questo romanzo è che (almeno per le informazioni a me note) non esistono recenti edizioni italiane (quella in mio possesso è datata 1988 e mi risulta che ve ne sia solo un'altra del 1995 nella collana Classici Urania) ragion per cui chi fosse interessato sarà costretto a rivolgersi al mercato dell'usato con tutte le difficoltà che questo implica. Tuttavia la qualità del romanzo vale il disturbo di cercarne una copia in vendita in rete o sulle bancarelle dell'usato: il piacere della lettura ripagherà ampiamente il tempo impiegato per recuperarlo. 

venerdì 30 dicembre 2011

Pioneer One

Titolo: Pioneer One

Anno: 2010/2012
Episodi: 6
Stagioni: 1 (di 4 previste)

Quando una navicella di origine sconosciute entra nell'atmosfera sopra i cieli americani perdendo radiazioni e schiantandosi infine in territorio canadese le autorità temono immediatamente che si tratti di un attacco terroristico mediante una bomba sporca. Quando però gli uomini dell Department of Homeland Security (l'agenzia di sicurezza americana) si recano sul posto ciò che trovano non è quello che si aspettavano: la navicella è un vecchio modulo per l'esplorazione spaziale sovietico, al suo interno un giovane in pessime condizioni di salute accompagnato da una nota scritta a mano in russo: il ragazzo è il figlio di due cosmonauti, nato e cresciuto su Marte. Da qui prende forma una storia che tra speculazioni scientifiche, intrighi politici e giochi di palazzo prosegue a ritmo serrato per sei episodi che, seppur non si perda in inutili riempitivi riesce a delineare personaggi con una dimensione umana credibile senza che ciò annacqui inutilmente il plot principale e senza far calare mai l'interesse dello spettatore realmente interessato al carattere fantascientifico della trama.

Il vecchio proverbio "La necessità aguzza l'ingengo" è particolarmente adatto a descrivere "Pioneer One": avere a disposizione un budget limitato è probabilmente ciò che ha stimolato gli autori a puntare tutto su una sceneggiatura e un intreccio che, a dispetto della totale assenza di effetti speciali, fanno di questa serie un piccolo gioiello di fantascienza alla vecchia maniera. Ciò che inoltre rende lodevole il lavoro dietro "Pioneer One" sono le particolari modalità con cui questo è stato prodotto: si tratta infatti del primo telefilm sotto licenza Creative Commons distribuito gratuitamente tramite la rete e i circuiti peer-to-peer interamente finanziato dai contribuiti a titolo volontario versati dagli spettatori. Sicuramente questa formula ha fatto sì che gli autori abbiano potuto lavorare in totale autonomia creando un prodotto al di fuori dei normali schemi commerciali e che sicuramente non avrebbe potuto svilupparsi altrettanto bene se sottoposto a vincoli imposti dall'alto.

Stiamo forse osservando ad un nuovo modo di produrre serial? Potrò forse sembrare troppo ottimista ma il successo che "Pioneer One" ha raggiunto senza in alcun modo doversi relazionare con il mercato mainstream mi fa sperare che, se permettete il gioco di parole, sia il primo "pioniere" di un nuovo modo di fare intrattenimento che trovi nella rete e nella libera condivisione i mezzi principali per emanciparsi dalle logiche commerciali che stanno da anni appiattendo l'offerta culturale portando finalmente quella libertà creativa e reale pluralità di offerta essenziale per poter avere a disposizione opere di qualità.  



giovedì 15 dicembre 2011

Cronosisma

Titolo: Timequake (Cronosisma)

Autore: Kurt Vonnegut
Anno prima pubblicazione: 1997
Editore italiano: Bompiani

Nell'anno 2001 l'universo, a causa di una crisi di autostima, smette di espandersi e tornando indietro nel tempo di dieci anni costringendo ogni essere vivente a ripetere nuovamente le medesime azioni. Quando poi, passato per la seconda volta il decennio, il tempo ricomincia a muoversi regolarmente ogni essere umano è in crisi: assuefatti alla mancanza di libero arbitrio sono incapaci di qualsiasi azione. Toccherà a Kilgore Trout, scrittore di fantascienza fallito e alter-ego dell'autore, cercare di far rinsavire la popolazione al grido di "Prima eri malato ma ora stai bene e c'è del lavoro da fare".

Con il suo inconfondibile stile Kurt Vonnegut ci presenta questo romanzo in bilico tra l'ironico e il malinconico. Come in molti suoi romanzi (primo tra tutti "Mattatoio n.5") Vonnegut mischia sapientemente finzione letteraria ed eventi autobiografici rendendo labile il confine tra autore e protagonista, tra vita vera e romanzo. La trama è, come spesso capita nei suoi libri, quasi una scusa per portare una critica alla società attuale e per le riflessioni sociologiche dell'autore: non è difficile identificare nell'incapacità di disporre del libero arbitrio una accusa all'uomo moderno, così talmente imbrigliato in schemi preconcetti da farsi letteralmente prendere dal panico quando finalmente può e deve ragionare autonomamente. Così come l'essere costretti per dieci anni a ripetere ogni singola atto e ogni singolo errore del passato senza possibilità di modificare le proprie azioni può essere letto come una metafora dell'immutabilità della natura dell'uomo perennemente costretto a ripetere gli stessi sbagli.

"Cronosisma" è l'ultimo libro scritto da Vonnegut, precisamente ideato per essere l'ultimo romanzo della sua carriera prima di dare l'addio alla narrativa e può essere considerato un "lascito per i posteri" all'interno del quale è condensata la vita e il pensiero di quello che senza ombra di dubbio è stato uno dei più grandi scrittori contemporanei. Un'opera imperdibile capace di far ridere, riflettere e commuoversi come solo un libro di Vonnegut può fare.

martedì 13 dicembre 2011

Phase IV



Titolo: Phase IV (Phase IV Distruzione Terra)


Regia: Saul Bass
Durata: 91 min
Anno di Produzione: 1974


A seguito di una insolita attività solare il comportamento delle formiche è sensibilmente variato: a sciami aggrediscono fattorie e persone con conseguenze tragiche. Due scienziati vengono inviati in un laboratorio dell'Arizona per cercare di comprendere le ragioni di questo mutamento e trovare soluzione a quello che sembra sempre più essere un flagello di portata mondiale. All'interno del laboratorio, che si troverà presto circondato da formicai, daranno asilo ad una giovane ragazza fuggita dalla fattoria dove ha trovato la morte la sua famiglia. A peggiorare la situazione già precaria si aggiungerà poi il contrasto tra i due scienziati: l'uno intenzionato a cercare un modo per comunicare con la neonata intelligenza delle formiche, l'altro deciso invece per soluzioni più drastiche; andando a descrivere un conflitto che è evidente metafora del modo in cui l'uomo sceglie di rapportarsi alla natura.


Lungi dall'aver qualcosa in comune con le solite (ignobili) pellicole in cui una specie animale si rivolta contro l'uomo (quel genere di b-movie che tra gli anni 80' e 90' andrà così tanto di moda), "Phase IV" è un piccolo gioiello di fantascienza in cui la tematica del rapporto uomo-natura viene raccontata con maestria da Saul Bass qui al suo primo e purtroppo unico film (è infatti più noto al grande pubblico per le memorabili sequenze grafiche dei titoli di testa di numerosi film tra cui vanno sicuramente ricordati  "La donna che visse due volte", "Intrigo internazionale" e "Psyco"). La particolare sensibilità visiva di Bass traspare anche in questa pellicola come ad esempio nelle scene finali al limite del psichedelico o nei contrasti tra i colori accesi delle sostanze chimiche che i due scienziati irrorano sugli insetti contrapposti allo sfondo del deserto dell'Arizona. Alla visionarietà di Bass va poi a sommarsi l'innovativo (per l'epoca ovviamente) utilizzo di microtelecamere per filmare le formiche che, unito alla competenza del documentarista Ken Middleham (sue le riprese con gli insetti), riesce a trasformare le formiche in veri e propri attori rendendo appieno l'idea che siano senzienti e organizzate. Nonostante la critica riconosca i meriti di Bass e di questa pellicola così non farà il pubblico: questo piccolo gioiello di fantascienza sociologica è stato a lungo ignorato e solo ultimamente sta vivendo la meritata rivalutazione da parte degli appassionati del genere.

venerdì 9 dicembre 2011

"I Bei Tempi Che Furono": Quando La TV Italiana Raccontava La Fantascienza

Questo è il primo articolo di una serie dedicata ai "bei tempi che furono" (che, nonostante per questioni anagrafiche non abbia vissuto in prima persona, non mancano lo stesso di suscitarmi una qual certa nostalgia) ovvero quel periodo in cui l'Italia era ancora in grado di portare sul piccolo e grande schermo fantascienza di qualità. In questo primo post vorrei parlare delle produzioni per la televisione, quando ancora gli sceneggiati si chiamavano "sceneggiati" e non "fiction". Quando ancora consapevoli del valore artistico dello stile italiano se ne faceva valore aggiunto anzichè scimmiottare quello anglosassone, anch'esso ovviamente valido, ma forse troppo distante dalle nostre radici perchè lo potessimo imitare senza risultati scadenti (come invece accade anche tutt'ora). E' proprio nel periodo ultimo dell'epoca d'oro della fantascienza targata Italia, tra l'inizio e la fine degli anni settanta, che la Rai produce piccoli gioielli di televisione tanto interessanti quanto difficilmente reperibili al giorno d'oggi.

Il primo in ordine cronologico è "A come Andromeda" opera del 1972 per la regia di Vittorio Cottafavi tratto dall'omonimo romanzo di Fred Hoyle (che già vide una trasposizione televisiva nel 1962 ad opera della BBC). In questa storia dove elementi di fantascienza si fondono con quelli tipici della tradizione spionistica un messaggio proveniente dallo spazio viene intercettato da un nuovo potentissimo radiotelescopio: si tratta delle istruzioni per creare un nuovo super-calcolatore e di un programma, dallo scopo ignoto, da introdurvi. Seguendo la migliore tradizione delle storie di primo contatto e dei thriller fanta-politici, durante le cinque puntate che compongono lo sceneggiato vedremo scenziati che tentano di interpretare il misterioso messaggio e agenti governativi che si muovono tra cospiarazioni e spionaggio. 

Nel 1975 la regia di Salvatore Nocita porterà sul piccolo schermo "Gamma" dall'omonimo romanzo di Fabrizio Trecca (che curerà anche la sceneggiatura della serie tv) proponendoci una storia che ha come elemento principale il "trapianto di cervello". Seppur affrontando tematiche che per gli appassionati di fantascienza, specie cinematografica, erano forse già datate anche negli gli anni settanta la trama riesce comnque ad interessare grazie ad alcuni inattesi colpi di scena anche se bisogna ammettere che fra tutte le opere citate in questa articolo "Gamma" è forse quella meno risucita (pur essendo comuque una gradevole visione).
 
Nel 1977 toccherà a Ugo Gregoretti, che si era già in precedenza si era cimentato con la fantasciezna (il film "Omicron" del 1968) portare sul piccolo schermo "Uova fatali" romanzo del 1925 di Michauil Buglakov. Qui la scoperta di un raggio in grado di stimolare e velocizzare lo sviluppo cellulare è la scusa per raccontare una sottile satira sociologica tanto attuale sia quando Buglakov parlava dell'Urss del '25 che quando Gregoretti la ripropone nel '77 sia quando noi la rivediamo nel 2011.

"Racconti di Fantascienza" del 1979 per la regia di Alessandro Blasetti alternava ad una serie di brevi trasposizioni di celebri racconti di fantascienza come "La Decima Vittima" di Robert Sheckley, "L'Assasino" di Ray Bradbury, "Immaginatevi" di Frederick Brown o "L'Esame" di Richard Matheson interpretati e diretti da attori e registi italiani (come ad esempio Nanni Loy o addirittura Pippo Franco) a letture di brani ad opera dello stesso Blasetti coadiuvato da Arnoldo Foà. Tra tutti gli sceneggiati citati fin ora questo è sicuramente il mio preferito, perchè grazie alla varietà dei racconti proposti e all'impostazione quasi accademica degli interventi che inframezzano gli episodi risulta essere una vera e propria antologia della fantascienza classica in formato televisivo. 

Nonostante questi sceneggiati possano attualmente soffrire di alcuni difetti, sia intrinseci delle opere stesse sia dovuti agli oltre trent'anni che sono passati, non posso far a meno di notare quanto siano, almeno a livello di contenuti, qualitativamente superiori a qualsiasi produzione televisa odierna. Putroppo dubito che le cose possano cambiare: se il cinema ha come ancora di salvezza le produzioni indipendenti la TV pubblica difficilmente portrà beneficiare di un equivalente su piccolo schermo. Non ci resta che sperare che la diffusione dello streaming renda prima o poi obsoleti i nostri televisori come renda obsolete le logiche commerciali che portano i produttori televisivi a propinarci blande imitazioni dei vari Csi americani o versioni maccheroniche di ER, lasciando spazio a quella pluralità di offerta che permettendo al pubblico una reale scelta è l'unica vera possibilità di diffusione culturale. Ma forse anche questa è fantascienza...

mercoledì 30 novembre 2011

Frammenti Dell'Enciclopedia Delfica

Titolo: Frammenti Dell'Enciclopedia Delfica


Autore: Miguelanxo Prado
Anno prima pubblicazione: 1983
Editore italiano: 001 Edizioni

Attraverso dodici racconti brevi Miguelanxo Prado ci raccontata l'epopea della civiltà umana attraverso i prossimi diecimila anni di storia, ogni racconto auto-conclusivo è presentato come il capitolo di una enciclopedia futura che narra la storia dell'umanità a partire dalle prime colonizzazioni dello spazio fino al più remoto futuro confezionando una saga che se da un lato può ricordare "Ciclo della Fondazione" di Asimov, dall'altro se ne distacca grazie ad una visione decisamente meno ottimistica.

Data la struttura a episodi del volume è difficile parlare della trama senza anticipare troppo particolari che rovinerebbero il piacere della lettura, basti sapere che ogni storia è una piccola perla di fantascienza già estremamente valida se presa singolarmente ma che acquista ancor più valore all'interno dell'intero contesto narrativo del volume. L'abilità tecnica nel disegno di Prado va a valorizzare ulteriormente questa pregevole opera grazie al suo stile realista e molto dettagliato.

Ritengo personalmente l'enciclopedia delfica un'opera che riesce ad essere contemporaneamente uno splendido esempio di fantascienza sociologica e una spettacolare storia a fumetti che è sicuramente in grado di soddisfare sia chi ama la s-f che chi apprezza semplicemente la cosiddetta nona arte oltre ovviamente ad appassionare colore che, come me, adorano entrambe.

lunedì 21 novembre 2011

Neonomicon

Titolo: Neonomicon

Autore: Alan Moore
Disegni: Jacen Burrows
Editore Italiano: Bao


Un agente dell'Fbi deve investigare su una serie di brutali omicidi: diversi i colpevoli ma il medesimo truculento e inquietante modus operandi. Durante le indagini che lo porteranno ad indagare attorno ad un club underground e ad un giro di spaccio di droga scoprirà che la verità è ben oltre la realtà che normalmente percepiamo.

Non è la prima volta che l'immaginario Cilco di Cthulhu è ispirazione per una Graphic Novel, molti autori si sono infatti cimentati spesso con le opere di Lovecraft, tuttavia non sempre con risultati sufficientemente interessanti da essere degni di menzione: è difficile infatti scrivere nuove storie che sappiano interessare il lettore appassionato senza che si ricada sempre in quella sensazione di deja-vù che inevitabilmente toglie di mordente o che, tentando di attualizzarne le tematiche, non scadano nel pacchiano. Fortunatamente "Neonomicon" riesce a non cadere in nessuna di queste due categorie.

Dalla penna di Alan Moore e dalla matita di Jacen Burrows ecco quindi una rivisitazione dei miti di Cthulhu ambientata in epoca contemporanea dove, a differenza delle opere del solitario di Providence, la componente sessuale e volgare anziché allusa e sottintesa prende, in accordo coi tempi moderni, ruolo esplicito e dove ci viene offerta anche una interessante rilettura alla luce della commercializzazione della mitologia lovecraftiana in quella che è una delle migliori storie a fumetti ispirata alla lettratura di HPL. Se a tutto questo si aggiunge una edizione ottimamente curata nella realizzazione otteniamo un volume che non può mancare nella biblioteca di ogni appassionato.

mercoledì 9 novembre 2011

Tre nuovi manga che meritano la vostra attenzione

Questo articolo è dedicato ad alcune nuove serie di Manga a tema fantastico attualmente in fase di pubblicazione in lingua italiana, essendo esse ancora in corso di pubblicazione il giudizio ovviamente non può essere completo. Ciò che le accomuna, oltre al fatto di essere a tema fantastico/fantascientifico e ad essere attualmente in fumetteria è che hanno suscitato il mio interesse e che le reputo sufficientemente promettenti da poter essere consigliate.

E' da poco in pubblicazione in edizione italiana (attualmente siamo al secondo numero) grazie a GPpublishing il nuovo manga di Kengo Hanazawa: "I Am A Hero". Nonostante la storia possa appararire nelle sue premesse abbastanza banale, si tratta infatti di una rivisitazione del tema dell'invasione di zombi, il fumetto ha diverse note interessanti che ne rendono molto gradevole e originale la lettura. Punto di forza è il protagonista: un aspirante mangaka che non riesce ad andare oltre il ruolo di semplice assistente (il meno considerato dello studio in cui lavora) costantemente assalito da paranoie, ossessioni e allucinazioni al limite del surreale. Una caratterizzazione che da sola permette di arrivare fino alla fine del primo volume senza far pesare il fatto che inizialmente non sia esplicita la direzione che la storia andrà a prendere (il primo zombie, o contagiato, o cosa si scoprirà in seguito che sia, compare solo nelle ultime pagine) e che prepara perfettamente gli eventi del secondo volume dove vedremo un Hideo (è questo il nome del protagonista) dapprima cercare di comprendere se ciò che gli accade sia reale o l'ennesima allucinazione paranoica ed in seguito cercare di sopravvivere con tutti i limiti e difetti che una personalità disturbata come la sua può procurare. E' ovviamente molto presto per dare un giudizio definitivo su "I Am A Hero" tuttaiva vi sono molte potenzialità: anche la tematica zombie che a prima vista può sembrare banale è in grado di riservare sorprese, specialmente se la mentalità disturbata del protagonista non si rivelerà soltanto un elemento di caratterizzazione ma se al contrario sarà correlata e fondamentale per lo sviluppo della trama generale (punto che personalmente solleva maggiormente la mia curiosità). A queste premesse aggiungiamo una qualità di disegno e realizzazione decisamente di alta qualità con ottime tavole dal taglio estremamente realistico perfettamente adatte alla storia raccontata e che sono sicuramente un altro punto a favore per questa serie.

Sempre GPpublishing ci propone "Billy Bat" il nuovo manga di Naoki Urasawa ("20th Century Boys" e "Monsters" le sue opere più famose) scritto in collaborazione con Takashi Nagasaki. Anche qui il protagonista è un mangaka: un nippo-americano di nome Kevin Yamagata autore di un fumetto per ragazzi dal titolo "Billy Bat". Quando scoprirà che il personaggio da lui inventato (un pipistrello antropomorfo) potrebbe essere copiato da un precedente fumetto giapponese, ritorna nella sua terra natale intenzionato ad incontrarne il disegnatore e chiedere l'autorizzazione ad utilizzare il personaggio. Qui però le cose si complicheranno: l'autore originale non solo darà la sua benedizione a Kevin ma gli donerà l'ultimo fumetto da lui disegnato che si rivelerà profetico in maniera inquietante andando ad anticipare drammatici eventi in cui lo stesso Yamagata si troverò coinvolto fino a risultare accusato dell'omicidio di un influente politico giapponese; eventi che saranno il punto di partenza per una escalation di intrighi politici. Urasawa, come già aveva fatto in 20th Century Boy, ci propone una manga in cui finzione ed eventi storici (ma in questo caso non si parla solo di storia della cultura popolare giapponese) si mischiano tra di loro andando a raccontarci quella che potrebbe essere definita una "storia segreta del mondo"; e ancora come in 20th Century Boy lo fa scegliendo un protagonista costretto ad essere eroe per forza, trascinato da forze più grandi di lui (forse anche soprannaturali) ed in lotta ancor prima che per la salvezza del mondo per il diritto a vivere la propria vita. Questa nuova serie che seppur utilizza uno schema di collaudato successo riesce comunque ad essere innovativa rispetto alle sue precedenti produzioni e promette di appassionare sia chi è già un suo fan sia chi non ha mai avuto il piacere di leggere quello che a mio parere è il miglior mangaka attuale in circolazione. Rimane comunque ovvio che essendo solo al quarto numero il giudizio è estremamente parziale anche perché questo tipo di storie in particolare richiedono una elevata coerenza dall'inizio alla fine (attualmente siamo solo al quarto volume) e non sarà quindi possibile dare un giudizio reale se non una volta letto il finale.

Terza e ultima serie che voglio segnalarvi è "Knight of Sidonia" nuova produzione di Tsutomi Nihei di cui Planet Manga ha da poco pubblicato il primo numero. Qui siamo in un lontano futuro in cui l'umanità intera è rifugiata sulla nave generazionale, la Sidonia, in viaggio alla ricerca di un nuovo mondo da colonizzare dopo che il sistema solare è stato distrutto dai Gauna: una razza di mastodonitche creature che vivono nel vuoto siderale e le cui reali motivazioni rimangono criptiche ed ignote a causa della loro natura totalmente aliena. Protagonista di questa serie è il giovane Nagate che dopo aver passato infanzia e gioventù completamente isolato dal resto della comunità nei livelli inferiori della Sidonia verrà arruolato come recluta nei Guardiani: un gruppo scelto per pilotare gli Tsugumori, mecha antropomorfi che sono l'unica arma in possesso degli uomini in grado di contrastare i Gauna. E' proprio quando Nagate completa il suo addestramento che dopo decenni di assenza i Gauna fanno nuovamente la loro comparsa andando ancora a minacciare l'esistenza dell'umanità. Come prima aveva fatto in "Blame!" e "Biomega" Nihei ci ripopone le ciclopiche architetture post-cyberpunk che da sempre hanno caratterizzato le sue produzioni, che più di tutto l'hanno reso famoso e che da sole varrebbero l'acquisto di ogni suo volume. Anche qui essendo solo al primo numero un giudizio sulla storia è prematuro, tuttavia è da notare che quando si tratta di produzioni meno sperimentali (come era "Blame!" e come parzialmente era anche "Biomega"), insomma quando c'è bisogno di una trama che abbia esplicitamente capo e coda e che sia facilmente comprensibile al grande pubblico, le premesse che mette in campo sono tutt'altro che originali. Ovviamente c'è molto spazio e tempo per staccarsi da questo schema iniziale e, dati i trascorsi di Nihei, ci sono ottime possibilità che questo accada.



mercoledì 2 novembre 2011

L'Invenzione di Morel

Titolo: L'Invenzione di Morel

Regia: Emidio Greco
Durata: 110 min
Anno di produzione: 1974


C'erano anni in cui i termini "Fantascienza Sociologica" e "Cinema Italiano" potevano tranquillamente essere associati tra loro senza causare incredulità o ilarità; in attesa di raccogliere materiale ed idee per un post più articolato sul cinema di fantascienza sociologica italiano degli anni sessanta e settanta volevo scrivere alcune righe su questa ottima pellicola che ho avuto il piacere di vedere di recente.

Tratto dall'omonimo libro del 1941 dello scrittore argentino Adolfo Bioy Casares, il film racconta di un ricercato in fuga che cerca salvezza su quella che ritiene essere un isola deserta, qui scoprirà però di essere tutt'altro che solo: sull'isola vivono un gruppo di persone in quella che sembra essere una perenne villeggiatura. L'uomo, per timore di essere denunciato, tenta di rimanere nascosto fin quando non viene scorto da una giovane donna. O almeno così crede: presto scoprirà che la ragazza, così come tutti le altre persone sull'isola, ignorano completamente la sua presenza. Da questo punto di partenza si sviluppa una storia che pone l'accento sulla ricerca dell'immortalità e sul rapporto tra la memoria e realtà.

Girato con mezzi che ad oggi possono sembrare limitati ma che in realtà sono una scelta voluta di scarna essenzialità, il film ha la sua forza nell'atmosfera di solitudine che comunica, enfatizzata sia dalle suggestive location  che dalle interessanti scenografie. Se per i primi trenta minuti questa sensazione di abbandono è quasi normale, infatti vedremo soltanto il protagonista aggirarsi per l'isola apparentemente abbandonata in una serie di scene completamente prive di dialogo, è nel proseguire del film, quando vedremo il naufrago circondato da persone ma allo stesso tempo ancora solo, che queste atmosfere vengono massimizzate anche grazie al contrasto tra gli ospiti agghindati a festa e lo stremato fuggiasco dai vestiti stracciati e dall'aspetto emaciato. L'ottima pellicola è forse penalizzata da un finale che pare troppo frettoloso, specie se paragonato ai tempi dilatati delle battute iniziali, nonostante questo "L'invenzione di Morel" rimane uno splendido esempio di quello che il cinema italiano era capace di fare quando ancora aveva il coraggio di misurarsi con la fantascienza di qualità.

giovedì 27 ottobre 2011

Moebius

Titolo: Moebius

Regia: Gustavo Mosquera
Durata: 88 min.
Anno di produzione: 1996 

Un intero convoglio della metropolitana scompare con tutti i passeggeri mentre percorre i tunnel sotto Buenos Aires, le autorità che cercano di rintracciarlo nelle labirintiche gallerie che si dipanano sotto la metropoli brancolano nel buio. Si rilevano tensioni elettriche là dove il treno dovrebbe passare, segnali semaforici che segnalano il passaggio di quello che a tutti gli effetti pare essere un treno fantasma. Viene così chiamato Daniel Pratt: giovane topologo ed ex studente del principale progettista della rete metropolitana. Pratt scoprirà presto che dietro alla sparizione del treno, ma anche a quella del suo ex professore, c'è una teoria tanto inquietante quanto difficile da credere. Nonostante lo scetticismo delle autorità proseguirà con le sue indagini fino a scoprire cosa si cela dietro la misteriosa scomparsa del convoglio e dei suoi passeggeri.

Film argentino del 1996 realizzato da Gustavo Mosquera, professore dell'università del cinema di Buenos Aires, con l'ausilio di alcuni studenti della sua scuola, la pellicola è una trasposizione cinematografica del racconto del 1950 di A. J. Deutsch "Una metropolitana chiamata Moebius" (già trasportato sul grande schermo nell'omonimo film tedesco del 1993). Al di là della suggestiva ipotesi fantascientifica il film possiede anche una seconda chiave di lettura che non era presente nel racconto originale: grazie soprattutto ad un sapiente uso dei dialoghi nella versione di Mosquera l'intricata metropolitana di Buenos Aires diventa una rappresentazione metaforica della complessità sociale e politica che sfugge alla capacità di comprensione del singolo, mentre il treno pieno di passeggeri scomparso nel nulla e la teoria incredibile che, nonostante lo scetticismo e lo scherno delle autorità, si rivela infine per essere vera è un richiamo al passato recente argentino, al dramma dei Desaparecidos e all'incapacità (o alla mancanza di volontà) di accettare un passato tanto incredibile quanto drammaticamente reale.

venerdì 21 ottobre 2011

Il Virus Dell'Odio

Titolo: Il Virus Dell'Odio (Hater)

Autore: David Moody
Anno: 2009
Editore: Mondadori (Urania)

Daniel McCoyne è un comune impiegato statale come tanti: incastrato in un lavoro che odia e stressato da una vita familiare che spesso gli sta stretta. Un giorno recandosi al lavoro assiste ad un isolato episodio di violenza immotivata, poi un altro e nei giorni a seguire altri ancora. Quando il telegiornale comunica la notizia che irrazionali aggressioni e omicidi si stanno verificando, dapprima in tutta la città poi in tutto lo stato allargandosi a macchia d'olio, in quella che sembra una vera e propria epidemia di violenza irrazionale inizia a comprendere che qualcosa di grave sta accadendo.

Recensisco con piacere "Il Virus Dell'Odio" dato che raramente ho trovato romanzi di fantascienza recente che abbia apprezzato così tanto da leggerli dall'inizio alla fine tutto d'un fiato incapace di scollarmi dalle pagine. Tutto in questo romanzo è studiato e ben congeniato, il punto di vista in prima persona del protagonista ci immerge perfettamente nell'atmosfera di crescente paranoia che aumenta man mano che l'epidemia di follia omicida si propaga tra la popolazione, sensazione sapientemente acuita dalla capacità narrativa di Moody in grado di tenerci sempre sulle spine pagina dopo pagina con una suspence creata tramite un susseguirsi di situazioni che alternano eventi realmente drammatici a momenti in cui, certi che qualcosa stia davvero per succedere, ci ritroviamo a tirar poi il classico sospiro di sollievo solo per poi farci cogliere di sorpresa poche pagine dopo quando realmente si assiste ad una nuova e inattesa esplosione di violenza.

Ma non è solo nella tecnica narrativa che questo romanzo si distingue dalla massa: a dispetto della situazione iniziale che potrebbe far pensare ad una variante, se pur originale, del filone catastrofico "Il Virus Dell'Odio" si dimostra anche uno splendido esempio di fantascienza sociologica che porta a riflessioni sui meccanismi che ci portano a identificare un "noi" ed un "loro" andando a comporre un opera ottima sotto tutti gli aspetti. Il libro è uscito questo mese nella collana regolare di Urania consiglio a chiunque sia interessato di affrettarsi a procurarselo prima che venga inevitabilmente ritirato dalle edicole. 

mercoledì 19 ottobre 2011

Riflessioni sulla fantascienza in Italia

A seguito di questo post comparso su Nocturnia e su suggerimento di Nick, l'autore dell'articolo, ho deciso di espandere il mio commento allo stesso e argomentare con maggior dettaglio il mio pensiero rispetto alla spinosa questione dello stato della fantascienza italiana. Sostanzialmente sono quattro i punti che trovo ricorrenti in tutte le discussioni sull'argomento e che ritengo meritevoli di essere discussi.


  1. Gli editori non hanno fiducia nella fantascienza e in particolare negli autori italiani e di conseguenza non vogliono rischiare nel pubblicarla 
  2. Il pubblico di lettori è un pubblico di nicchia in progressiva riduzione che non riesce ad attirare nuovi "adepti" specialmente tra i più giovani
  3. Gli autori italiani sono incapaci di scostarsi da modelli stranieri datati e quindi a dare al genere quella "nuova linfa" necessaria a creare interesse nel pubblico  
  4. Non esiste una diffusa critica professionale, quella presente è generalmente troppo interna per non essere nel migliore dei casi buonista e nel peggiore di parte


Come sempre succede in queste discussioni complesse ho poche risposte (forse nessuna) e molte domande, tuttavia credo che sia utile porle. 

Perché nessuno ha
approfittato e cavalcato
l'onda?
Riguardo al primo punto la domanda che mi pongo è: come mai di fronte al crescente interesse per la s-f su grande e piccolo schermo non corrisponda un proporzionale aumento dell'interesse per la s-f scritta? Mi sarei aspettato che di fronte a tutto ciò qualche editore lungimirante "fiutasse l'affare" tentando di lanciare qualche autore (anche non nostrano) con potenzialità commerciali, il recente lancio di autori fantasy (indipendentemente dalla qualità proposta) ha dimostrato che con le dovute operazioni di marketing anche la letteratura di genere può vendere. Ed il fantasy si è sicuramente visto meno in TV o al cinema. Certo, sicuramente una S-F "commerciale" difficilmente incontrerebbe i favori di appassionati come noi che animiamo la rete dei blog (quasi tremo all'idea di una versione fantascientifica de "le Cronache del Mondo Emerso"), ma sicuramente avvicinerebbe molti nuovi lettori. Sicuramente poi, a differenza di quanto si è visto nel Fantasy, sarebbe necessario che a supporto di opere maggiormente pubblicizzate ma di inferiore qualità seguissero poi una serie di opere di qualità superiore verso cui l'attenzione dello "zoccolo duro degli appassionati" e la critica specializzata dirotti progressivamente i nuovi lettori. In altre parole alle case editrici il compito di richiamarli creando una "moda", alle community di appassionati il compito di indirizzarli verso autori con contenuti più "alti" (e di conseguenza costringendo in parte gli editori a virare, anche solo parzialmente, su pubblicazioni con maggior spessore).

Il logo ufficiale della
Italcon 2012
Rispetto al secondo punto mi chiedo se non vi sia un eccessivo "elitarismo" da parte degli attuali lettori (ma anche scrittore ed editori) o meglio se non ci sia una eccessiva tendenza nel dividere la s-f ritenuta più colta o impegnata da quella ritenuta più da intrattenimento, prendiamo ad esempio il "fandom" di popolari serie o saghe come Star Trek, Star Wars o Battlestar Galactica: mi chiedo se il nutrito gruppo di persone che vi aderisce (quelle che vedi ai raduni in costume o che popolano siti e forum deidicati) sia un sottogruppo degli appassionati della s-f scritta (quindi già compresi in quei numeri che nel post citato prima Nick stimava approssimativamente attorno ai 20.000 ) o se lo sia solo parzialmente, se quindi non ci sia un bacino di potenziali lettori già appassionati di s-f in forme diverse da quella scritta non sfruttati e su cosa si possa eventualmente fare per avvicinarli. E' pur vero che, per quanto ad esempio adori Star Trek, non mi permetterei mai di avvicinarlo per contenuti ad un Vonnegut o ad un Lem, tuttavia è proprio da questa s-f più "abbordabile" che si dovrebbe cominciare a cercare nuove leve, sia per la ovvia diffusione sia per le potenzialità aggreganti che hanno questi fandom. Cito a riguardo il Delos Day/Italcon (l'annuale raduno degli appassionati di fantascienza Italiani) tenutosi nel 2011 a Milano, immagino che molti di coloro che leggono qui ed erano in zona ci siano stati. Nonostante la scelta di dividersi dalla realtà della Sticcon (la convention dei fan italiani di Star Trek) abbia creato una manifestazione molto più "seriosa" (che tra l'altro io ho apprezzato moltissimo) dall'altro ha forse peccato di quel elitarismo di cui dicevo in precedenza: a ben vedere vi erano moltissimi addetti ai lavori e pochi "lettori comuni" (bastava guardare i vari badge appesi, quelli dei visitatori erano in netta minoranza, ad esempio credo di essere stato l'unico ad aver seguito le relazioni dei Connettivisti che non fosse direttamente o indirettamente già legato al movimento) e cosa ancora più inquietante aveva un range di età in cui io, nonostante trentenne, potevo figurare come lo "sbarbato della situazione". Sicuramente questa divisione non è stata dettata da un atteggiamento snob, ma molto più probabilemente da ragioni logistico-organizzative, ciò non toglie che il risultato finale è stato quello di una manifestazione che per quanto ottimamente riuscita sotto molti aspetti ha molto probabilmente fallito l'obbiettivo di allargare la base degli appassionati. Vedo comunque che per l'anno prossimo le manifestazioni verranno (saggiamente, aggiungo io) riunite: forse sarà una manifestazione un po' più caciarona e meno  intellettuale, ma sono certo che sul lungo termine porterà maggiori vantaggi per tutti (sia appassionati che addetti ai lavori) dando l'opportunità, come probabilmente accadeva nelle precedenti edizioni, a chi magari vive soltanto nella realtà dei fandom di avvicinarsi ad una fantascienza meno di intrattenimento e più intellettuale (e magari permettendo a chi prende la fantascienza a tutti i costi sempre sul serio di rivalutare anche quella meno "nobile"). 

Secondo i fondatori del Cyberpunk
il movimento esaurisce il suo scopo
con questa raccolta di racconti
Riconosco anche che ci sia una certa difficoltà degli autori italiani di "adeguarsi ai tempi"; se nei primi anni 80 tempi il Cyberpunk era d'avanguardia mi sembra adesso leggermente retrò (ora che il world wide web è parte integrante della vita di tutti) fossilizzarsi ancora su certe tematiche: la forza della s-f è sempre stata quella di analizzare il presente parlando del futuro. Senza delle tematiche aggiornate ai tempi attuali è ben difficile secondo me creare qualcosa in cui non ci si identifichi solamente come lettore ma appunto come appartenente a qualcosa di più ampio che, trascendendo le semplici ore che passiamo a leggere e in qualche modo pervadendo anche altri aspetti della vita, vada a creare quello che può correttamente essere denominato un "movimento". Qualcosa che possa far appassionare non solo per la qualità di ciò che si legge (o in generale per un puro e semplice amore per la letteratura) ma che crei anche una sorta di "identificazione in un gruppo" (o in termini più terra-terra che crei una moda) che sostanzialmente è il movente primo che fa aggregare le persone in gruppi più ampi e che è fondamentale per attirare nuovi componenti. Trovo invece che la maggior parte delle produzioni attuali italiane segua ancora, sia a livello di temi discussi che di forma, ciò che Gibson e Sterling dichiararono già esaurito nel 1985 in una sorta di auto-celebrazione dei "bei tempi che furono". E' da notare questo proposito che l'attuale zoccolo duro dei lettori così come l'ultima generazione di autori (mi riferisco sempre all'Italia ovviamente) ha un'età minima che oscilla tra i tenta e trentacinque, l'età giusta per aver cominciato proprio con il Cyberpunk o almeno per appartenere a quella generazione che nel Cyberpunk poteva riconoscersi e quindi apprezzarlo e appassionarvisi. Forse questa non è una prova certa dell'inadeguatezza dei contenuti dell'attuale produzione italiana, tuttavia lo ritengo un indizio da non sottovalutare.

Arriviamo all'ultimo punto. Devo dire che considerato quanto detto prima non mi stupisco se la critica professionale è latitante o troppo buonista (ovviamente è un discorso generico, vi sono sicuramente singoli casi che lo sono ma che da soli non sono sufficienti a colmare le carenze). Con un mercato così ristretto è ovvio che la critica professionale lo sia ancor di più. Dopotutto chi fa critico di professione ha, esattamente come chi scrive, necessità di essere letto e nessuno può pretendere che una critica super-partes possa arrivare dall'esterno in queste condizioni. E' così normale che chi si occupa di critica attualmente sia anche chi pubblica, scrive o comunque lavora nel settore dalla fantascienza: è proprio tra questi soggetti che maggiormente si può trovare sia la competenza necessaria, sia soprattutto la passione visto che ora come ora non sono certo né il denaro o né la gloria che possono spingere qualcuno verso la critica letteraria di s-f. Questa commistione di ruoli (inevitabile fintanto che il settore non aumenterà di dimensioni) mi sembra spinga per onestà intellettuale ad evitare di discutere ampiamente di autori moderni italiani preferendo generalmente discutere dei grandi classici. E' perfettamente comprensibile che se la scena italiana fatica a decollare si preferisca evitare di creargli ulteriori ostacoli, quello che mi stupisce è che manchi una critica dettagliata verso gli autori stranieri contemporanei che permetterebbe di educare pubblico (e anche autori) nostrani ad una lettura più ragionata, senza però il rischio di tarpare le ali a scrittori italiani che, se forse ancora mostrano qualche difetto, posseggono ottime potenzialità. Sono certo che se e quando la nostra s-f avrà finalmente il suo periodo d'oro (o d'argento se vi piace essere cauti) di critici pronti a sezionare senza pietà i nostri autori ce ne saranno in abbondanza o forse fin troppi.

Concludendo (non temete sono quasi alla fine) voglio rilevare come tutti i problemi che ho indicato siano tra loro interconnesse e quindi in ultima analisi meno insormontabili di quanto possa sembrare a prima vista, basterebbe muovere i primi passi in una di queste quattro direzione e progressivamente anche le altre problematiche diminuirebbero di portata. Voglio poi specificare che a differenza di quanto possa sembrare da ciò che dico apprezzo abbastanza quanto avviene in Italia e che intravedo le prime avvisaglie dei miglioramenti che auspico: se ancora non se ne vedono i risultati è soltanto perché è un processo che richiede tempo per ingranare ma che quando lo farà procederà in maniera esponenziale. Per ultima cosa ricordo a chiunque mi abbia letto fin qui che queste sono le opinioni di un semplice appassionato, perfettamente opinabili e a loro volta criticabili, ma comunque espresse in totale buonafede, per passione e con il massimo rispetto per tutti coloro che lavorano costantemente per permettermi di leggere fantascienza.